Ma alla fine, Francesca Micheli ce l’ha fatta eccome. Piano C ci racconta la sua storia, e di come è diventata Diversity&Inclusion manager e Head of HR Training department di NTT Data Italia, co-founder della NTT DATA Human Academy

Wonder Stories è lo spazio in cui vogliamo condividere storie di persone, di carriere e di lavori. Cominciamo con alcune storie che raccontano della presenza delle donne nel mondo del lavoro, e di come ogni parabola professionale possa mutare obiettivo o direzione. Siete curiosə?

In collaborazione con Piano C, che si occupa di ri-progettazione professionale ed empowerment femminile, scopriremo le storie di donne che hanno saputo prendere in mano la propria carriera e ridisegnarla a propria misura.

Molto spesso brillanti figure professionali hanno avuto un percorso non lineare, soprattutto nel mondo del lavoro odierno, in piena rivoluzione. Le porte in faccia, nella vita o nel lavoro, possono essere molte… soprattutto (aggiungiamo: purtroppo) se sei una donna.

Lo scopo di questo spazio è quello di raccontare storie che abbattono alcuni degli stereotipi più comuni per essere d’ispirazione a tuttə. Perché non è vero che avere una brillante carriera esclude la famiglia; non è vero che ci sono professioni “maschili” e “femminili”; e non è vero che si deve avere le idee chiare fin da subito sul proprio futuro.


Ricordate: non c’è una sola via, il nostro talento è multiforme, e si plasma lungo il percorso.

Buona lettura!


Non ce la puoi fare”. 

Quante volte te lo sei sentitə dire? A scuola, nello sport, nella vita di tutti i giorni.

Quante volte gli altri hanno deciso cosa sapevamo o non sapevamo fare prima ancora di vederci cominciare? Inizia che siamo piccolə; il nostro approccio ai giochi, le nostre relazioni quotidiane, i nostri comportamenti sono costantemente anticipati. 

“Non ce la puoi fare, sei piccolə”. 

“Non ce la può fare, è timidə”.

“ Non ce la puoi fare, non sei portatə”.

Lo dicono a noi, lo dicono agli altri intorno a noi. Prima della nostra azione arriva il pregiudizio a definirci, un’opinione che magari si basa, correttamente, su tutte le volte che non ce l’abbiamo fatta. 

Dubitare di sé è normale. Salutare, di tanto in tanto. Che gli altri dubitino di noi, è tutt’altra cosa. Ci infragilisce le gambe, restituisce un’immagine di noi così netta da imprigionarci. Spesso sono i nostri genitori, insegnanti, amici, persone che ci conoscono a fondo e che, cercando nella migliore delle ipotesi di proteggere noi o loro stessə, definiscono quanto stretto debba essere il recinto della nostra azione.

Sì, abbiamo fallito. Alcunə di noi, tante volte. Dunque perché insistere? Come gli altri anticipano noi, anche noi diventiamo capaci di anticipare loro, ripetizione dopo ripetizione. Frasi ricorrenti, opinioni preconcette che ci inseguono negli anni, a volte per tutta una vita. Ci convincono, ci condizionano, ci addolorano. 

A Francesca capita proprio questo; lei è una che “non ce la può fare”. Fino alle elementari aveva retto, ma con il passaggio alle scuole medie il pavimento inizia a scricchiolare: i suoi risultati scolastici diventano rapidamente preoccupanti, gli insegnanti segnalano ai genitori la necessità di un sostegno, sospettano un problema cognitivo. No, “non ce la può proprio fare”. I genitori provano a cambiare scuola ma la città è piccola, gli insegnanti si parlano, e Francesca viene accolta anche nel nuovo istituto come una che “non ce la può fare”. 

Finiscono le scuole medie. La madre di Francesca, a fatica, la convince a iscriversi a un istituto tecnico informatico. Francesca ha paura, è una scuola difficile ed in particolare quell’istituto è molto esigente, ma la mamma le dà una direzione intelligente, che ha il sapore di futuro e Francesca la segue. Si iscrive. 1.800 ragazzi, 18 ragazze; un confronto costante, personale e di genere. Francesca non va bene a scuola, e ad aggravare la situazione c’è il fatto che è una ragazza, e “l’informatica la fanno i maschi”. Se oggi è uno stereotipo per alcuni, negli anni ’80 era una certezza di molti. Messaggi espliciti, quotidiani, che le minano il futuro. Lotta per restare a galla, fa tanta, tanta fatica. Poco prima dell’esame di maturità, i professori ancora una volta sentenziano: “Micheli tu non farai mai informatica”.

Non si iscrive all’università, quindi. Perché dovrebbe? Ha genitori intelligenti e che la amano ma le risorse economiche sono quelle di una famiglia da un solo stipendio del papà falegname, come tante in Italia, e lei non vuole chiedere nulla, anche perché vorrebbe studiare informatica, ma dovrebbe cambiare città. Pensa solo a mantenersi con piccoli lavoretti, nel frattempo cerca occasioni per formarsi e trovare un lavoro più stimolante.

Un giorno trova l’annuncio di un corso per tecnico hardware finanziato dalla Comunità Europea. Cosa ha da perdere? Si iscrive, anche qui unica donna, e inizia a fare delle cose che prima aveva solo studiato a scuola. Esce da questo corso con il massimo del punteggio. Chi lo avrebbe mai detto per una donna! Con quel corso si mette alla ricerca di un lavoro come tecnico hardware. Nel suo curriculum ci sono solo due righe; decine di invii caduti nel vuoto. Riceve una sola risposta. Indovinate un po’? Un’azienda che le scrive per comunicarle che non la ritiene adeguata, “per certi mestieri meglio gli uomini”. Metà della sua vita Francesca l’ha passata a sentirsi dire cosa non può fare, ma nessuno che le abbia mai detto invece cosa può fare. E allora decide: sarà lei a dirsi cosa può o non può fare!

Francesca non si arrende; gira tutti i negozi che vendono computer ad Ancona finché non arriva in una piccola azienda di informatica specializzata nella riparazione di computer. Il proprietario la vede e scoppia a ridere. “Ce l’hai un cacciavite?”, le chiede. “Certo che ce l’ho il cacciavite”, risponde. “Bene, presentati domattina per iniziare la prova”. Francesca corre a casa e chiede al padre un cacciavite. “Piatto o a stella?”, risponde il padre. Non ne ha idea: “Mah, dammeli tutti e due”. Il giorno dopo Francesca si presenta con nella tasca posteriore dei jeans un cacciavite piatto, un cacciavite a stella, e una pinza. Rimarrà in quell’azienda cinque anni.

Il suo recinto si allarga, metro dopo metro. Spesso i clienti la vedono arrivare con saldatore e borsa degli attrezzi e rimangono allibiti, talvolta la cacciano via lamentandosi con il proprietario dell’azienda, uno di loro scandisce le parole “computer e stampante” come se Francesca non sentisse o non ne conoscesse il significato. Per lei inizia a essere assurdo: serve essere un maschio per riparare monitor? Lei lo sa fare, diamine. 

E siccome dopo cinque anni oramai lo sa fare bene, decide di cambiare. Trova un annuncio, si presenta, la assumono. È un periodo difficile; deve andare in giro per l’Italia a programmare sistemi e fare migrazioni di dati. Non ha più il cacciavite in mano, eppure ancora per molti clienti il suo non è un mestiere da donna. Ma lei si tatua la frase: “Mai dire mai”. Diventerà il suo mantra. 

Si trasferisce a Milano, la sfida oramai è con se stessa. Una grande azienda l’ha scelta per una posizione per cui Francesca non è qualificata, lei si chiede ancora oggi come, ma probabilmente hanno visto qualcosa che lei stessa faceva ancora fatica a riconoscere. Francesca accetta: si incaponisce, studia, studia e studia. In quegli anni fa sua una frase di Van Gogh che oggi cita spesso: “Faccio sempre quello che non so fare per imparare come va fatto”. Nel tempo cambia ruolo, cresce; l’azienda, NTT Data, è grande, leader in Italia, e lei ha l’opportunità di testarsi costantemente come professionista, e poi come manager. Diventa una delle senior manager donna dell’azienda. Finisce col gestire clienti da milioni di euro, e progetti davvero molto complessi. 

Si apre però una nuova sfida per lei, su un fronte completamente diverso. Francesca decide infatti di diventare madre affidataria. Non è un percorso facile, né dal punto di vista burocratico né dal punto di vista emotivo. È un’esperienza forte, destabilizzante e in un momento di progetti davvero complessi nella sua azienda, e infatti Francesca ha bisogno di trovare un nuovo equilibrio, e impara ad affrontare le cose, anche enormi, a piccoli passi. Perché Francesca oramai lo sa che ce la può fare, c’è un pezzo di vita che lo racconta con una chiarezza cristallina. Infatti ce la fa, e diventa prima mamma affidataria di una bambina di 3 anni, e oggi di due ragazze di 17 anni; ne parla ripetutamente dicendosi “onorata di crescere due ragazze eccezionali che insieme ad altri costruiranno il pensiero e la società del futuro”. 

Qualcuno pensa che essere donna, madre e manager d’azienda siano ruoli incompatibili tra loro. Il mantra di Francesca rimane lo stesso “mai dire mai”, e lei lo dimostra con i fatti.   

Non è per lei l’ultima sfida, solo la penultima. Tre anni fa viene convocata dal direttore del personale; da dirigente teme il peggio, colpa di quell’insicurezza che talvolta riaffiora. Invece le offrono una nuova opportunità di carriera: diventare Head of HR Learning & Skills e responsabile formazione in NTT DATA. Sa di non avere né le conoscenze né la giusta esperienza. Però accetta: studia e impara, impara e trasforma un’occasione per lei in un’opportunità dell’azienda. Fonda la NTT DATA Human Academy che oggi è un asset strategico per l’azienda e poi la Excellence School che forma gratuitamente giovani diplomati e laureati in ambito STEM, con l’obiettivo di acquisire competenze pregiate per l’accesso a NTT DATA o nel mondo del lavoro in ambito IT. 

Francesca oggi mi racconta questi passaggi di vita come se fossero colpi di fortuna. Che però non basta, e lo sa anche a lei. Lo sa che la fortuna va usata, che i treni vanno presi, che i successi vanno raccontati, che i “non puoi farlo” si possono superare e che la differenza la fanno le competenze e che studiare e studiare fa la differenza in ogni ambito. Sa di essere stata umile, coraggiosa e intraprendente.Perché io ne ho conosciute di persone che per tanti motivi non ce la potevano fare, e infatti sono affondate, e hanno speso ogni loro energia nel tentativo di restare semplicemente a galla. E altre che si sono riprese il futuro a morsi, contro ogni aspettativa. La differenza dove sta? Non ne ho idea. Forse in qualcuno che ti dice che ce la puoi fare, che ti chiede se hai un cacciavite e ti avvia a smontare pezzo dopo pezzo quell’inutile recinto.

Lucilla Tempesti
www.pianoc.it

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Vivo a Chiavari, in provincia di Genova, perché mi piace scrivere in riva al mare. Dopo una laurea in Linguaggi dei Media mi sono buttata a capofitto nel mondo del teatro e dell’arte, per poi collaborare stabilmente con agenzie di comunicazione e service design, con una particolare attenzione all'orientamento e al supporto delle community di studenti. Frequento corsi di sceneggiatura e regia, partecipo al progetto di drammaturgia Short Latitudes del British Council, vinco le selezioni per il corso di RaiLibri, casa editrice di mamma RAI – Radiotelevisione Italiana. Ho una maremmana di nome Cloe, due fratelli, due nipoti e - quasi sempre - una voglia matta di ballare.